Pavia Monumentale
E

La storia della Torre

 

(Testo tratto dal libro "Pavia, Crollo e Rinascita della Torre Civica" di Ignazio Stabile, Il Cerchio Edizioni Pavia)

 

 

 

Iniziamo dal fatto traumatico del crollo nell’anno 1989, per andare  poi a ritroso nel tempo.

 

 

IL CROLLO

1. Per cedimento delle fondazioni? No.

 

Intanto si deve ragionevolmente escludere che il crollo sia avvenuto per cedimento del terreno di fondazione o per cedimento delle fondazioni stesse. E ne spiego subito le ragioni.

Nella zona i terreni di fondazione sono stati ottimi; in particolare sono gli stessi, per esempio, su cui insiste il complesso monumentale del Duomo, costituiti da banchi alluvionali di sabbia mista a ghiaia del fiume Ticino. Né il basamento della torre aveva mai mostrato abbassamenti apprezzabili rispetto al piano stradale, né li ha mostrati dopo il crollo. Sempre ragionevolmente si deve escludere altresì che un cedimento del terreno di fondazione possa essersi verificato per fenomeno di subsistenza, cioè per abbassamento provocato dalla falda freatica (siccità). Infatti se così fosse stato, il crollo avrebbe dovuto inevitabilmente interessare, trascinandole, le confinanti e pesanti strutture del Duomo, dato che una falda freatica non può avere l’esigua, minuscola estensione della breve superficie di fondazione della torre.

 

 

2. La meccanica, ossia la fenomenologia del crollo.

 

È ormai definitivamente certo che la torre è crollata secondo un andamento direzionale verso ovest. Ne è prova il fatto che i materiali frantumati del manufatto si sono riversati nella maggior parte verso piazza del Duomo, fino a raggiungere i portici del lato opposto della piazza. Analogamente, se invece il cedimento fosse avvenuto, per esempio, nel lato nord, i materiali del crollo si sarebbero riversati nella maggior parte verso via Amodeo, coinvolgendo e trascinando subito al suolo, più di quanto non sia avvenuto, gli edifici che prospettano su tale via e in angolo con via Bossolaro.

Un altro elemento determinante della particolare fenomenologia del crollo è rappresentato dall’altezza relativamente modesta, rispetto al suolo stradale, in cui, nella parete ovest del manufatto, si è verificato il cedimento della struttura. A tale proposito, la dott.ssa Vicini, Direttrici dei civici Musei di Pavia, intervistata dal Corriere della Sera all’indomani del crollo, ebbe a dichiarare che "la torre si è aperta all’altezza del secondo ordine" (cioè, grosso modo).

 

 

3. I perché estrinsechi ed intrinseci del crollo.

 

Esistono precise quanto ovvie motivazioni che spiegano le ragion del crollo, ragioni capaci di fornire una plausibile configurazione della sua "meccanica". La principale di esse è la più logica: nella zona dello "spanciamento" vennero a mancare d’un tratto, alle 8:55 del 17 marzo 1989. la sufficiente coesione e la tensione di resistenza del materiale, capaci di controbilanciare il peso della massa muraria soprastante, provocando di conseguenza, e prima di tutto in quella zona, lo sbandamento laterale verso l’esterno del muro perimetrale ovest della torre, trascinando con sé la rimanente struttura superiore del manufatto (causa estrinseca).

Da qui il crollo generale e il titanico precipitare delle macerie sulla Piazza.

Ma perché – ecco la domanda cruciale – vennero improvvisamente a mancare quella tensione e quella coesione se erano state presenti per nove secoli? Vennero a mancare, ragionevolmente, per effetto continuato di abbondante infiltrazione di acqua piovana che, attraverso i mille rivoli dell’ampia rete di fessurazioni degli interstizi, tra mattone e mattone del muro esterno della torre (soprattutto del lato ovest, il più deteriorato dagli agenti atmosferici), ha indebolito, in un tempo imprecisabile, la compattezza della massa muraria imbevuta d’acqua e soggetta naturalmente alla disgregazione dei geli e disgeli.

Bisogna inoltre tenere bene presente che la muratura della Torre, soprattutto nei primi due ordini, era del tipo a "sacco", vale a dire costituita da due muri sottili (15-20 cm) distanziati fra loro, uno esterno e l’altro interno, formati con uno o due corsi di mattoni, muro riempito di una sorte di calcestruzzo costituito da materiali vari, mattoni, ciottoli, soprattutto rottami e ogni sorta di materiale proveniente dalla demolizione di altre fabbriche. Era quindi una muratura eterogenea ma, comunque, per quei tempi una buona muratura che infatti aveva resistito nove secoli e altrettanto tempo avrebbe perlomeno resistito se l’incuria degli uomini non fosse intervenuta a pregiudicarne la stabilità.

…Tutto ciò soprattutto a causa del fatto che all’epoca della costruzione della torre non esistevano la calce idraulica e il cemento, che fanno subito presa, cioè induriscono, anche nell’acqua.

Allora, così stando le cose, si capirà ancora meglio la necessità della manutenzione ordinaria, cioè dei rimedi che ogni privato cittadino pratica nel proprio fabbricato per non farlo deperire, facendolo intonacare. Ossia, nel caso specifico di muratura a vista, dell’esigenza indispensabile dell’opera periodica di sigillatura delle connetture dei mattoni (come si è sempre fatto e, per esempio, si fa periodicamente nel campanile di Pomposa coevo del campanile di Pavia)

 

 

4. Il punto vulnerabile della Torre.

 

Ma c’è di più grave: la presenza di fessure è confermata anche da autorevoli testimoni oculari, quali la direttrice dei civici Musei: "Ad occhio nudo – Ella disse – si vedeva una lesione nella parte meridionale della Torre, lesione allargatasi per il terremoto del Friuli, ma che i tecnici avevano giudicato non preoccupante". La gravità di queste circostanze è evidente, soprattutto perché, non solo non si provvide a sigillare la lesione, ma non si pensò, neanche in questo caso, ad applicare delle "spie" (comunissimi vetrini fissati col gesso) come si faceva un tempo (quando non esisteva monitoraggio!), nella zona murararia interessata e sulla fessura stessa per controllarne il comportamento. E se questa non è incuria, che cos’è? Se tale fessura si notava ad occhio nudo.

Tali specifiche motivazioni trovano conferma anche nel fatto, concreto e concomitante, secondo cui il tratto di muro del lato ovest del primo e fino a metà del II ordine interessato dallo "spanciamento", costituiva la zona muraria di trapasso, di innesto fra la muratura sottostante e quella soprastante, eseguita qualche decennio dopo a detta dello Arslan, quindi zona di discontinuità strutturale, punto debole, vulnerabile del sistema di forze della massa muraria.

Insomma, la parete della torre in pessime condizioni rimane sempre (o meglio rimaneva) quella ad ovest, la più tartassata dalle intemperie, in corrispondenza ai primi due ordini architettonici. In particolare, per la parete nord (quella verso via Amodeo), si ha a disposizione una serie di splendide fotografie a distanza ravvicinata dei bacini decorativi che tappezzavano questa parete, scattate a suo tempo (1969), dal dott. Francesco Aguzzi, e ora al Museo Civico, dalle quali si apprendono indirettamente precise notizie sull’ottimo stato di conservazione in cui si manteneva il parametro murario di quella parete.

 

 

5. Carico di punta e rimedi mancati. Il nubifragio del 29 agosto.

 

Nel nostro caso ai primi segnali di pericolo inviati dalla torre (caduta di mattoni, fessurazioni), i nostri vecchi muratori si sarebbero messi subito al riparo, sia sigillando le fessurazioni (come, ad esempio, avviene nel coevo campanile di Pomposa, che tanto è in ottimo stato di conservazione che sembra essere stato costruito ieri!), sia rinforzando con strutture in ferro (tiranti) la torre, inchiavardandola.

Alla precaria situazione bisognava perciò opporsi con l’assiduo, oculato controllo e con la conseguente opera di manutenzione ordinaria e straordinaria, che non ci sono assolutamente stati a cominciare soprattutto dalle precedenti Amministrazioni, poiché infatti in questo caso, l’incuria proviene da lontano.

 

 

6. Colpa della loggetta in granito del Pellegrini?

 

Fra gli altri motivi del crollo si imputa intuitivamente al peso della cella campanari, in parte costruita in granito, la colpa dell’eccessivo schiacciamento (della parte ad essa sottostante), quindi del crollo. Ciò a prima vista, potrebbe sembrare attendibile. Ma non è così, si tratta di una falsa impressione. La loggetta campanaria fu costruita nel 1583 e il crollo della torre è avvenuto quattro secoli dopo, nel 1989, perciò la torre è crollata per qualche fatto nuovo e grave che è venuto a modificare la sua consistenza fisica, la sua staticità, debilitandola, e non per il maggior peso del granito della loggetta. In realtà anche se il Pellegrini avesse adottato una muratura di mattoni, anziché granito rosa di Baveno, il carico trasmesso alla sottostante struttura sarebbe stato di poco minore e tale per cui la differenza fra il peso specifico della muratura e quello del granito non avrebbe potuto incidere in misura tale da provocare il crollo. Il pellegrini i calcoli li sapeva fare, ma non aveva certamente messo in conto l’incuria e la mancanza di assidua manutenzione.

 

 

7. Transennata da cinque anni era ridotta ad un colabrodo.

 

È possibile che si tratti di un cedimento strutturale…la torre non ha mai dato segni di preoccupazione, se non la caduta di alcuni calcinacci. Tanto è vero che da cinque anni ci sono le transenne per la caduta di ghiaccioli e scagli di marmo.

"Nell’autunno scorso una mostra di pittori ambulanti sotto la torre è stata vietata perché la zona era pericolosa" (Renzo Cavioni – "La Repubblica" del 18 marzo 1989). La dottoressa Donata Vicini, direttrice dei Civici Musei, ha dichiarato in proposito: "Il crollo era in prospettiva temuto anche per la frequente caduta di parte dei mattoni delle lesene decorative, ma non poteva in nessun modo essere previsto". Indubbiamente: non si poteva certo conoscere il giorno e l’ora in cui il disastro sarebbe avvenuto!

 

8. Il comodo alibi dell’inquinamento e della scarsità dei mezzi.

 

D’accordo: l’inquinamento atmosferico, l’incremento della motorizzazione, con le conseguenti vibrazioni del suolo, la scarsità di mezzi finanziari, in una parola il degrado dell’ambiente. Tutte circostanze che, a prima vista possono avere influito sul deterioramento superficiale della torre, ma non sulla sua intima struttura e fino a farla crollare, poiché l’inquinamento attacca, prima di tutto e in generale la "pelle" del manufatto, andando poi in profondità se facilitata dalle fessurazioni, in assenza di sigillature. Infatti il paramento murario delle due pareti della torre, nord ed est, era in buono stato di conservazione. Da qui, dunque, a sostenere che essa è crollata per il generico motivo dell’inquinamento, ce ne vuole.

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